ALESSANDRO BARICCO INCONTRA I LETTORI ALLE OFFICINE MINGANTI
MERCOLEDÍ 20 DICEMBRE, ORE 18
Bologna
L’ex fabbrica ora centro commerciale si trasforma in palcoscenico per presentare l’ultimo libro dello scrittore, “I Barbari”, saggio sulla mutazione in atto della società.
A cura di librerie.coop.
La notizia è certa. I Barbari sono tra noi. Alessandro Baricco, nel suo ultimo saggio intitolato - non a caso - “I Barbari”, che presenterà mercoledì 20 dicembre alle ore 18 presso il centro commerciale Officine Minganti di Via della Liberazione in un incontro organizzato da librerie.coop, racconta la sua visita al villaggio di questa “specie nuova, che ha le branchie dietro le orecchie e ha deciso di vivere sott’acqua”, descrivendo chi sono, come si muovono e cosa vogliono queste popolazioni che stanno trasformando la nostra civiltà, le nostre abitudini, i nostri luoghi naturali. Attraverso l’analisi della mutazione di alcuni capisaldi della cosiddetta civiltà – Vino, Calcio, Libri – lo scrittore si è mosso tra l’impero informatico di Google e la Grande Muraglia cinese, tra la Nona di Beethoven e i ritratti di Ingres, arrivando alla conclusione che “ognuno di noi sta dove stanno tutti, nell’unico luogo che c’è, dentro la corrente della mutazione, dove ciò che ci è noto lo chiamiamo civiltà, e quel che ancora non ha nome, barbarie. A differenza di altri, penso sia un luogo magnifico.”
18 dicembre 2006
20 novembre 2006
Intervista a Baricco su WUZ.it
Alessandro Baricco: che cos'è oggi essere scrittore
Alessandro Baricco non ha bisogno di alcuna presentazione. Forse più di ogni altro autore italiano rappresenta la figura stessa dello scrittore, noto anche a chi non sia abituato a entrare in libreria.
L’aspetto piacevole e la presenza televisiva lo hanno reso davvero popolare tanto che spesso i suoi libri “fanno notizia”, ben prima di essere pubblicati o letti. Il successo di ogni romanzo, la rapida entrata nelle classifiche di vendita, l’aura un po’ misteriosa che circonda la sua persona fanno di Baricco appunto “un caso”: scrittore alla moda? Oppure semplicemente il più acuto interprete di una nuova tendenza che si è fatta strada nel mondo letterario?
Ecco come, in un incontro pubblico, lo scrittore torinese, fondatore della Scuola Holden, ha affrontato questo tema e il suo giudizio su che cosa rappresenti nella società contemporanea la letteratura.
il mestiere dello scrittore
Negli ultimi venti, venticinque anni il mestiere dello scrittore è molto cambiato perché è molto cambiato il campo da gioco in cui lui si trova ad esibirsi: quello che abbiamo ora non ha nessun paragone con quello che esisteva in Italia negli anni Cinquanta, Sessanta o Settanta ed è difficile riassumere che cosa sia successo nel frattempo.
Certamente tra il mestiere di scrittore che era incarnato da un grande come Fenoglio e quello che oggi si trova a vivere uno di noi, ci sono enormi differenze: si può semplificare tutto questo ricorrendo al termine “moda”, a me, però sembra una scorciatoia per non spiegare un fenomeno.
per entrare nel cuore del problema
È successo che il gesto di per sé complesso - ma poi alla fine molto semplice - di scrivere un libro e pubblicarlo oggi sia diventato un fatto molto più articolato: noi lavoriamo con un pubblico ampio che ha molte più possibilità di avvicinare lo scrittore, direttamente o indirettamente attraverso i media. Effettivamente – questo vale soprattutto per quelli più giovani di me, ma anche per la mia generazione – ci sono molti ambiti espressivi che un tempo non erano nemmeno previsti per uno scrittore: è risultato abbastanza naturale, se non istintivo, andare a visitare i nuovi territori che si aprivano tutt’intorno. Così lo scrittore va in televisione, scrive articoli per i giornali, recita in teatro. O collabora con altri mestieri espressivi: scrive fumetti e sceneggiature, lavora per la televisione… Insomma il suo habitat si è moltiplicato nel giro di pochissimi anni. Il rapporto tra chi scrive libri e il mondo, la gente, diventa assai più articolato, ricco, di quanto fosse in passato per cui si sovrappongono la figura squisita dell’uomo che scrive solitario nel suo studiolo che è possibile vedere un paio di volte, magari a ritirare un premio, a un tipo di personaggio che in realtà ha molte facce, che si moltiplica. E il lettore ha imparato nel tempo ad avere a che fare con tutte queste facce e poi a provare ad incrociarle, a cercare di capire se quello che lo scrittore fa in televisione ha a che fare con quello che scrive: è un inizio di riflessione.
le sue e le altrui scelte
Tutto questo rappresenta qualcosa di nuovo, non avevamo dei maestri in questo tipo di tecnica di sopravvivenza; quando io ho iniziato a scrivere, all’inizio degli anni ’90, eravamo agli albori di questo fenomeno, ma erano proprio briciole, non avevamo dei modelli e abbiamo dovuto inventare come abitare quel nuovo paesaggio, ciascuno cercando la propria via a seconda dei talenti, dei gusti personali e ognuno, con molta serietà, con passione e divertimento, facendo quello che gli sembrava naturale fare. Ad esempio Benni (che è uno dei più vecchi) non va mai in televisione, ma sale sui palcoscenici a leggere i suoi testi. Io non vado mai sui palcoscenici a leggere le mie cose, sono stato in televisione, non ci vado più, ma ci sono stato – Busi va in televisione con la veletta, la Santacroce si fa fotografare con le autoreggenti, Lucarelli è come se facesse evaporare la sua passione per l’intrigo in un lavoro sulla realtà e lo fa scegliendo la televisione, molti sono presenti nei modi più diversi sui giornali, c’è chi canta, ci sono spettacoli di poesia, performance… Ho sentito Erri De Luca cantare Monte Canino, bellissimo! Lui e Paolini con Brunello che suonava il violoncello. Siamo così. Poi rilasciamo interviste… è un modo di abitare il mondo che si è spalancato intorno a noi. Naturalmente in questo molti di noi possono anche sbagliare, non è semplice. Oltretutto quando fai tutte queste cose, tutto ritorna: se vai in televisione con la veletta e ti vedono in molti, comprando il tuo libro cercheranno “una veletta” da qualche parte. Non sono comparti indipendenti e impermeabili, tutto si mette a reagire in maniera maledettamente incasinata e il fatto che poi la maggior parte di noi riesca a continuare in questo gesto molto solitario, molto duro, che è lo scrivere dà il senso della forza, della solidità di quelli che nel nostro paese fanno questo mestiere. Li si possono vedere in tutti i modi, ma alla fine escono dei libri, più o meno belli…
e i lettori? un'interpretazione "baricchiana"
C’è un modo di leggere tutto questo e cioè che c’importa solo del mercato, che facciamo solo pubblicità, che ormai la costruzione dell’immagine ha prevalso sulla vocazione letteraria e intellettuale – l’espressione “scrittore alla moda” sintetizza un po’ questa lettura, che è sicuramente lecita, anche se sottovaluta la bellezza del problema e la sua complessità e quindi non rende giustizia a quello che accade. Non parlo di me in particolare, ma di tutti coloro che fanno questo mestiere, che proprio per queste ragioni è diventato molto difficile per i giovani perché un ragazzo che oggi ha 23, 25 anni, e vuole scrivere libri, sa già quello che lo aspetta. Quando io ho iniziato invece non lo credevo, pensavo che avrei scritto solo libri, non avevo capito che sarebbe capitato tutto questo e quando mi sono trovato in mezzo a queste nuove forme di comunicazione, ho cercato di non sbagliare. Un ragazzo oggi, come quelli che vengono a scuola da me e hanno l’ambizione di scrivere, sa cosa lo aspetta. Oggi il talento dello scrittore davvero sta diventando un talento multiforme.
La legittimità di un libro nasce dal fatto che uno ha avuto le palle per scriverlo e il talento per andare fino in fondo. È vero che uno può fare solo quello e non è necessario che faccia altro. A noi tutti è risultato naturale invece utilizzare le nuove forme che avevamo a disposizione per prolungare un possibile dialogo con il pubblico, e con il proprio talento. Con questo non voglio dire che per essere legittimati come scrittori bisogna andare in televisione, per carità!
Baricco ha scritto e pubblicato un articolo intitolato “Per favore stroncatemi”: il dietro le quinte di questa provocazione…
Il titolo del mio articolo era “per favore stroncatemi” o qualcosa del genere, ma, non era una questione di legittimazione, quanto un problema di galateo, come quelli che buttano le bottiglie per strada, che non chiudono la porta quando escono…era una questione di galateo minimo. Volevo solo dire, e l’ho detto, che è ineducato e offensivo e profondamente triste che intelligenze poco famose o famosissime, mediocri o molto alte, pensino di fare i conti con alcune cose che accadono nel mondo di oggi nella forma della battutina altezzosa, di passaggio, facendo altro: un modo di non riconoscere, di negare. Io in genere mi sveglio al mattino e cerco di fare il possibile perché il mondo, la sera quando vado a dormire, sia più dignitoso. Non ho detto “per favore stroncatemi”, perché non sono così masochista, ma ho detto “se volete occuparvi di qualcosa, fatelo seriamente, leggete e scrivete, se no non ve ne occupate”. È una richiesta minima, una cosa di galateo minimo. Questo articolo ha avuto una grande solidarietà da parte di gente che non c’entra niente col mondo dei libri, commercialisti, dentisti, medici, architetti… perché è un fenomeno generalizzato, è un’abitudine che conosciamo, e non è solo del nostro paese. Ho voluto dire (sarebbe stato meglio poterlo fare in un confronto vero): se davvero pensate che quello che io scrivo sia spazzatura, va bene, ma volete magari dedicare una volta un saggio un minimo impegnato, serio, per spiegare a tutti i lettori che ho nel mondo che è spazzatura: questo è utile; bisogna farlo e adesso l’hanno fatto.
Qualche riflessione su lettura e lettori, partendo dagli articoli apparsi su La Repubblica, “I barbari”
“La maggior parte di quelli che oggi comprano i libri, non sono lettori”: detta così sembra la solita litania del reazionario che scuote la testa e disapprova, in pratica la traduzione dello slogan “la gente non legge più” ma, se si guarda la cosa con intelligenza, in quel concetto è nascosta una delle mosse che costruiscono la genialità dei barbari, la loro bizzarra idea di qualità.
Provo a spiegare meglio partendo dall’indizio più evidente e volgare: se si guarda una classifica di vendite vi si trova un numero incredibile di libri che non esisterebbero se non partissero, per così dire, da un punto esterno al mondo dei libri: romanzi da cui hanno fatto un film o scritti da personaggi televisivi, racconti buttati giù da gente in qualche modo famosa che racconta storie già dette altrove o spiega fatti già accaduti in un altro momento e in un’altra forma. Naturalmente la cosa infastidisce e dà quella sensazione diffusa di spazzatura imperante, ma è anche vero che lì, nella sua forma più volgare, crepita un principio che invece volgare non è: l’idea che il valore del libro stia nel suo offrirsi come tessera di un’esperienza più ampia, come segmento di una sequenza che è partita altrove e che, magari, finirà altrove.
chi legge e come sceglie i libri
Il discorso è molto complicato: noi oggi abbiamo un mercato molto più ampio, i numeri sono maggiori di un tempo, perché il mondo è più grande. Poi c’è da capire, se può interessare, il perché si sia ingrandito così.
Una delle cose che io credo di riconoscere è il fatto che, mentre in passato leggeva colui che aveva una passione per la lettura di un libro (rapporto uno a uno: io becco giusto lui che vuole me), quindi lettori forti che hanno quella passione, oggi quelli che comprano libri sono soprattutto persone che transitano attraverso i libri, cioè che hanno numerose passioni e un modo piuttosto articolato di cercare l’emozione, l’informazione o l’approfondimento e che, tendenzialmente, interpretano il libro come una delle varie tessere che gli stanno raccontando il mondo. Quando riescono a trovare un’effettiva comunicazione tra le diverse tessere, trovano maggiore forza in quello che ascoltano, in quello che leggono e quindi tendono a prediligere il libro che invece che essere testimone di una civiltà precisa e chiusa, la civiltà letteraria, in qualche modo contiene in sé un dna più complesso che partecipa di diverse civiltà, non solo di quella letteraria: in quel tipo di libro l’uomo di oggi si trova più a suo agio. Continua a esserci una tribù di persone che amano il libro, la letteratura e che cerca quel tipo di prodotto e gli interessa solo quello. Sono abbastanza pochi, ma intorno a loro si è formata una grande tribù di persone che transitano volentieri attraverso i libri. Nel modo più volgare, nel modo che possiamo anche considerare più misero, e forse lo è anche, vedono alla televisione Vespa, e piace, e quando Vespa decide di raccontare ad esempio il Risorgimento, comprano il libro. Sono lettori questi? Sì, comprano il libro e lo leggono, ma sono lettori nel senso stretto? No, sono un “animale” particolare. E così tutti quelli che hanno comprato i miei libri perché mi avevano visto in televisione; prima molti di loro compravano pochissimi libri. Sono non lettori: vedono uno in televisione che gli racconta qualcosa, si fidano di lui, passa in qualche modo un libro sotto il loro naso e lo prendono. Magari però è la porta per scoprire il piacere della lettura, è un modo per mettere in connessione differenti punti del mondo, finiscono in altri libri; alle volte si scatena tutto questo, alle volte non si scatena niente, hanno comprato il mio libro e finisce lì. Capita di fare un percorso: a me è successo di comprare un libro perché avevo letto una risposta a una domanda in un’intervista su un rotocalco femminile, ma c’era qualcosa che mi aveva colpito e quando mi è passato il libro sottomano l’ho preso. Non la risolvete come se fosse tutta pubblicità, se facessimo lo spot di noi stessi e ci vendessimo: non è così, è una cosa più intelligente e più complessa. È il fatto che la gente abita in un mondo a rete, a sequenze, a stop. Questo a un livello più alto, più sofisticato, ci può aiutare a capire perché all’interno dei libri di qualità ci sia un pubblico più vasto che va verso alcuni di questi, mentre continua ad esserci un pubblico molto esiguo che va verso altri. Quello che possiamo immaginare è che effettivamente, all’interno dei libri più sofisticati, anche più difficili se vogliamo, di qualità, ce ne sono alcuni che si prestano meglio di altri a entrare in sequenza con altre esperienze di quelli che li leggono. E sono amati per questo, non hanno un rapporto esclusivo con una civiltà, quella letteraria, ma sembrano essere, e forse lo sono (in alcuni casi lo sono sicuramente), in rapporto con una rete di civiltà; la gente trova prezioso questo e va incontro a queste scelte.
le classifiche di vendita offrono spesso spazzatura? No, dice Baricco, ma libri provengono da altre forme di comunicazione
I libri in testa alle classifiche non sono solo spazzatura, ma non si può far finta di non notare che nei primi quindici posti, dieci sono occupati da volumi che iniziano da un punto che è diverso dal libro: l’ha scritto il comico, il cantante, il sindaco, quella è la sceneggiatura…è volgare non tanto perché questo succede, ma perché è un meccanismo molto semplice. Quando io vedo Il nome della Rosa venduto a tonnellate nell’intero pianeta so che il meccanismo è lo stesso, funziona a un livello più elaborato, ma quel libro è in classifica per ragioni molto analoghe.
anche i suoi libri, in fondo, utilizzano lo stesso impulso all’acquisto da parte del lettore, ma non basta andare in televisione per vendere
Motivare il fatto che vado in testa alle classifiche perché i miei libri sono spazzatura, mi sembra un’argomentazione debole, allo stesso modo non occuparsi dei miei libri che vanno in classifica mi sembra una cosa strana, così come occuparsene male, di malavoglia… detto questo c’è da capire: certo che i miei libri vendono perché sono di Alessandro Baricco! Ma io ho scritto anche un primo libro e allora nessuno conosceva il mio nome. Uno compra un libro di un autore poi, se non gli piace, non ne compra un secondo: non basta andare in televisione per vendere libri, non è così meccanico. C’è un’espressione di Valery che amo molto – lui parla di occhio, mano e anima come i tre ingredienti che rientrano nel lavoro dell’artigiano, ma si addice perfettamente anche al lavoro dello scrittore. Credo che le cose vadano bene quando queste tre cose sono una cosa sola: c’è uno strano momento, che può anche essere molto lungo, in cui queste sono un unico gesto e io cerco di non iniziare a scrivere finché non ho ottenuto questo momento magico.
Novecento, un protagonista particolare, un film e uno spettacolo teatrale: pagina, palcoscenico e schermo
Il protagonista arrivando a New York racconta le sue emozioni. Parla ed è uno dei difetti di Novecento: se l’avessi scritto dieci anni dopo, gli avrei fatto dire molto meno. Allora volevo mettere in un personaggio questo pensiero che hanno molti, la sensazione che in fondo, forse, vivere è un gesto difficile che è possibile fare solo se ci sono dei contorni, ma si è contenti solo se si apre per noi un mare di possibilità. Novecento è una storia che forse racconta questo: quanto è difficile per gli umani stare in bilico tra limite e infinito, fra desideri e possibilità reali.
Quando chi crea immagini è di talento aggiunge qualcosa e toglie anche molto: ma se funziona, anche per te che l’hai scritto, l’immagine ha la sua importanza.
Di Novecento abbiamo fatto due spettacoli: uno con Eugenio Allegri che aveva allora 35 anni e uno con Arnoldo Foà che ne aveva 86. Erano due storie molto differenti: con Allegri fino ad un certo punto si rideva moltissimo e poi si piangeva, in quello di Foà ridevi molto, ma solo “dentro”. In questo spettacolo c’era questo vecchio che raccontava ed era molto intenso e vero, mentre se uno di 35 anni racconta tutta una vita, è proprio un artificio teatrale.
In teatro ci sono alcuni pezzi che hai scritto che improvvisamente si moltiplicano, si complicano; c’è tutto, ma le potenzialità espresse sono veramente tante e questo è uno dei piaceri nel vedere le tue cose che si articolano in molti posti.
diversi stili, diverse forme di comunicazione: uno scrittore che continuamente sperimenta
Quando finisco di scrivere un libro, mi cresce la voglia di scrivere una cosa diversa. Il caso eclatante è l’aver scritto City dopo Seta: raggiungi il successo con un libro come Seta e dopo mi è venuta voglia di scrivere un libro compressissimo, contemporaneo, praticamente illeggibile…perché in quel momento mi attraeva l’idea della complicazione invece della semplicità, la non linearità della narrazione, il libro grosso rispetto al libro piccolo, la contemporaneità rispetto a quel mondo ottocentesco… già quando scrivevo Seta non ne potevo più di Seta! Non c’è una poetica particolare: semplicemente non riesco a scrivere un libro se non ha dentro una sfida che mi piace davvero, che mi dà energia e spesso il fare una cosa differente da quella che fatta prima può farlo.
la Scuola Holden, l’esperienza di docente e il “peso” del successo
La mia in realtà non è una scuola di scrittura, ma una scuola di narrazione e agli allievi insegniamo a narrare, poi loro da lì possono diventare scrittori, giornalisti, sceneggiatori, pubblicitari… Ciò che hanno in comune tutti questi mestieri è la matrice della narrazione. Io poi, di volta in volta, non riesco a insegnare sempre la stessa cosa, ma mi scelgo una materia diversa ogni anno, ma cerco sempre di insegnare il rispetto per quel gesto, per il narrare: che lo prendano sul serio, si divertano, ma che abbiano anche un particolare modo di stare al mondo, dandogli a volte le spalle e sono molto contento quando vedo che alcuni allievi sanno stare “dentro” al mestiere che hanno scelto di fare. Sono convinto di non essere influenzato minimamente dalla pressione del mercato quando scrivo. Se si ha un talento, il gesto che è legato a questo talento, che sta al fondo dell’azione, è comunque autistico. Il cuore di quest’esperienza è in un certo senso un tratto malato: c’è una forza obiettiva di questo gesto che ti porta via dal potere d’influenza di tutto il mondo, i critici, i modelli… è un momento che obiettivamente ti risucchia via. È pur vero che poi ti chiedi se piacerà, ma solo dopo.
L'incontro con Alessandro Baricco, introdotto da Stefano Salis, si è tenuto a Festivaletteratura di Mantova.
Grazia Casagrande
2 novembre 2006
Alessandro Baricco non ha bisogno di alcuna presentazione. Forse più di ogni altro autore italiano rappresenta la figura stessa dello scrittore, noto anche a chi non sia abituato a entrare in libreria.
L’aspetto piacevole e la presenza televisiva lo hanno reso davvero popolare tanto che spesso i suoi libri “fanno notizia”, ben prima di essere pubblicati o letti. Il successo di ogni romanzo, la rapida entrata nelle classifiche di vendita, l’aura un po’ misteriosa che circonda la sua persona fanno di Baricco appunto “un caso”: scrittore alla moda? Oppure semplicemente il più acuto interprete di una nuova tendenza che si è fatta strada nel mondo letterario?
Ecco come, in un incontro pubblico, lo scrittore torinese, fondatore della Scuola Holden, ha affrontato questo tema e il suo giudizio su che cosa rappresenti nella società contemporanea la letteratura.
il mestiere dello scrittore
Negli ultimi venti, venticinque anni il mestiere dello scrittore è molto cambiato perché è molto cambiato il campo da gioco in cui lui si trova ad esibirsi: quello che abbiamo ora non ha nessun paragone con quello che esisteva in Italia negli anni Cinquanta, Sessanta o Settanta ed è difficile riassumere che cosa sia successo nel frattempo.
Certamente tra il mestiere di scrittore che era incarnato da un grande come Fenoglio e quello che oggi si trova a vivere uno di noi, ci sono enormi differenze: si può semplificare tutto questo ricorrendo al termine “moda”, a me, però sembra una scorciatoia per non spiegare un fenomeno.
per entrare nel cuore del problema
È successo che il gesto di per sé complesso - ma poi alla fine molto semplice - di scrivere un libro e pubblicarlo oggi sia diventato un fatto molto più articolato: noi lavoriamo con un pubblico ampio che ha molte più possibilità di avvicinare lo scrittore, direttamente o indirettamente attraverso i media. Effettivamente – questo vale soprattutto per quelli più giovani di me, ma anche per la mia generazione – ci sono molti ambiti espressivi che un tempo non erano nemmeno previsti per uno scrittore: è risultato abbastanza naturale, se non istintivo, andare a visitare i nuovi territori che si aprivano tutt’intorno. Così lo scrittore va in televisione, scrive articoli per i giornali, recita in teatro. O collabora con altri mestieri espressivi: scrive fumetti e sceneggiature, lavora per la televisione… Insomma il suo habitat si è moltiplicato nel giro di pochissimi anni. Il rapporto tra chi scrive libri e il mondo, la gente, diventa assai più articolato, ricco, di quanto fosse in passato per cui si sovrappongono la figura squisita dell’uomo che scrive solitario nel suo studiolo che è possibile vedere un paio di volte, magari a ritirare un premio, a un tipo di personaggio che in realtà ha molte facce, che si moltiplica. E il lettore ha imparato nel tempo ad avere a che fare con tutte queste facce e poi a provare ad incrociarle, a cercare di capire se quello che lo scrittore fa in televisione ha a che fare con quello che scrive: è un inizio di riflessione.
le sue e le altrui scelte
Tutto questo rappresenta qualcosa di nuovo, non avevamo dei maestri in questo tipo di tecnica di sopravvivenza; quando io ho iniziato a scrivere, all’inizio degli anni ’90, eravamo agli albori di questo fenomeno, ma erano proprio briciole, non avevamo dei modelli e abbiamo dovuto inventare come abitare quel nuovo paesaggio, ciascuno cercando la propria via a seconda dei talenti, dei gusti personali e ognuno, con molta serietà, con passione e divertimento, facendo quello che gli sembrava naturale fare. Ad esempio Benni (che è uno dei più vecchi) non va mai in televisione, ma sale sui palcoscenici a leggere i suoi testi. Io non vado mai sui palcoscenici a leggere le mie cose, sono stato in televisione, non ci vado più, ma ci sono stato – Busi va in televisione con la veletta, la Santacroce si fa fotografare con le autoreggenti, Lucarelli è come se facesse evaporare la sua passione per l’intrigo in un lavoro sulla realtà e lo fa scegliendo la televisione, molti sono presenti nei modi più diversi sui giornali, c’è chi canta, ci sono spettacoli di poesia, performance… Ho sentito Erri De Luca cantare Monte Canino, bellissimo! Lui e Paolini con Brunello che suonava il violoncello. Siamo così. Poi rilasciamo interviste… è un modo di abitare il mondo che si è spalancato intorno a noi. Naturalmente in questo molti di noi possono anche sbagliare, non è semplice. Oltretutto quando fai tutte queste cose, tutto ritorna: se vai in televisione con la veletta e ti vedono in molti, comprando il tuo libro cercheranno “una veletta” da qualche parte. Non sono comparti indipendenti e impermeabili, tutto si mette a reagire in maniera maledettamente incasinata e il fatto che poi la maggior parte di noi riesca a continuare in questo gesto molto solitario, molto duro, che è lo scrivere dà il senso della forza, della solidità di quelli che nel nostro paese fanno questo mestiere. Li si possono vedere in tutti i modi, ma alla fine escono dei libri, più o meno belli…
e i lettori? un'interpretazione "baricchiana"
C’è un modo di leggere tutto questo e cioè che c’importa solo del mercato, che facciamo solo pubblicità, che ormai la costruzione dell’immagine ha prevalso sulla vocazione letteraria e intellettuale – l’espressione “scrittore alla moda” sintetizza un po’ questa lettura, che è sicuramente lecita, anche se sottovaluta la bellezza del problema e la sua complessità e quindi non rende giustizia a quello che accade. Non parlo di me in particolare, ma di tutti coloro che fanno questo mestiere, che proprio per queste ragioni è diventato molto difficile per i giovani perché un ragazzo che oggi ha 23, 25 anni, e vuole scrivere libri, sa già quello che lo aspetta. Quando io ho iniziato invece non lo credevo, pensavo che avrei scritto solo libri, non avevo capito che sarebbe capitato tutto questo e quando mi sono trovato in mezzo a queste nuove forme di comunicazione, ho cercato di non sbagliare. Un ragazzo oggi, come quelli che vengono a scuola da me e hanno l’ambizione di scrivere, sa cosa lo aspetta. Oggi il talento dello scrittore davvero sta diventando un talento multiforme.
La legittimità di un libro nasce dal fatto che uno ha avuto le palle per scriverlo e il talento per andare fino in fondo. È vero che uno può fare solo quello e non è necessario che faccia altro. A noi tutti è risultato naturale invece utilizzare le nuove forme che avevamo a disposizione per prolungare un possibile dialogo con il pubblico, e con il proprio talento. Con questo non voglio dire che per essere legittimati come scrittori bisogna andare in televisione, per carità!
Baricco ha scritto e pubblicato un articolo intitolato “Per favore stroncatemi”: il dietro le quinte di questa provocazione…
Il titolo del mio articolo era “per favore stroncatemi” o qualcosa del genere, ma, non era una questione di legittimazione, quanto un problema di galateo, come quelli che buttano le bottiglie per strada, che non chiudono la porta quando escono…era una questione di galateo minimo. Volevo solo dire, e l’ho detto, che è ineducato e offensivo e profondamente triste che intelligenze poco famose o famosissime, mediocri o molto alte, pensino di fare i conti con alcune cose che accadono nel mondo di oggi nella forma della battutina altezzosa, di passaggio, facendo altro: un modo di non riconoscere, di negare. Io in genere mi sveglio al mattino e cerco di fare il possibile perché il mondo, la sera quando vado a dormire, sia più dignitoso. Non ho detto “per favore stroncatemi”, perché non sono così masochista, ma ho detto “se volete occuparvi di qualcosa, fatelo seriamente, leggete e scrivete, se no non ve ne occupate”. È una richiesta minima, una cosa di galateo minimo. Questo articolo ha avuto una grande solidarietà da parte di gente che non c’entra niente col mondo dei libri, commercialisti, dentisti, medici, architetti… perché è un fenomeno generalizzato, è un’abitudine che conosciamo, e non è solo del nostro paese. Ho voluto dire (sarebbe stato meglio poterlo fare in un confronto vero): se davvero pensate che quello che io scrivo sia spazzatura, va bene, ma volete magari dedicare una volta un saggio un minimo impegnato, serio, per spiegare a tutti i lettori che ho nel mondo che è spazzatura: questo è utile; bisogna farlo e adesso l’hanno fatto.
Qualche riflessione su lettura e lettori, partendo dagli articoli apparsi su La Repubblica, “I barbari”
“La maggior parte di quelli che oggi comprano i libri, non sono lettori”: detta così sembra la solita litania del reazionario che scuote la testa e disapprova, in pratica la traduzione dello slogan “la gente non legge più” ma, se si guarda la cosa con intelligenza, in quel concetto è nascosta una delle mosse che costruiscono la genialità dei barbari, la loro bizzarra idea di qualità.
Provo a spiegare meglio partendo dall’indizio più evidente e volgare: se si guarda una classifica di vendite vi si trova un numero incredibile di libri che non esisterebbero se non partissero, per così dire, da un punto esterno al mondo dei libri: romanzi da cui hanno fatto un film o scritti da personaggi televisivi, racconti buttati giù da gente in qualche modo famosa che racconta storie già dette altrove o spiega fatti già accaduti in un altro momento e in un’altra forma. Naturalmente la cosa infastidisce e dà quella sensazione diffusa di spazzatura imperante, ma è anche vero che lì, nella sua forma più volgare, crepita un principio che invece volgare non è: l’idea che il valore del libro stia nel suo offrirsi come tessera di un’esperienza più ampia, come segmento di una sequenza che è partita altrove e che, magari, finirà altrove.
chi legge e come sceglie i libri
Il discorso è molto complicato: noi oggi abbiamo un mercato molto più ampio, i numeri sono maggiori di un tempo, perché il mondo è più grande. Poi c’è da capire, se può interessare, il perché si sia ingrandito così.
Una delle cose che io credo di riconoscere è il fatto che, mentre in passato leggeva colui che aveva una passione per la lettura di un libro (rapporto uno a uno: io becco giusto lui che vuole me), quindi lettori forti che hanno quella passione, oggi quelli che comprano libri sono soprattutto persone che transitano attraverso i libri, cioè che hanno numerose passioni e un modo piuttosto articolato di cercare l’emozione, l’informazione o l’approfondimento e che, tendenzialmente, interpretano il libro come una delle varie tessere che gli stanno raccontando il mondo. Quando riescono a trovare un’effettiva comunicazione tra le diverse tessere, trovano maggiore forza in quello che ascoltano, in quello che leggono e quindi tendono a prediligere il libro che invece che essere testimone di una civiltà precisa e chiusa, la civiltà letteraria, in qualche modo contiene in sé un dna più complesso che partecipa di diverse civiltà, non solo di quella letteraria: in quel tipo di libro l’uomo di oggi si trova più a suo agio. Continua a esserci una tribù di persone che amano il libro, la letteratura e che cerca quel tipo di prodotto e gli interessa solo quello. Sono abbastanza pochi, ma intorno a loro si è formata una grande tribù di persone che transitano volentieri attraverso i libri. Nel modo più volgare, nel modo che possiamo anche considerare più misero, e forse lo è anche, vedono alla televisione Vespa, e piace, e quando Vespa decide di raccontare ad esempio il Risorgimento, comprano il libro. Sono lettori questi? Sì, comprano il libro e lo leggono, ma sono lettori nel senso stretto? No, sono un “animale” particolare. E così tutti quelli che hanno comprato i miei libri perché mi avevano visto in televisione; prima molti di loro compravano pochissimi libri. Sono non lettori: vedono uno in televisione che gli racconta qualcosa, si fidano di lui, passa in qualche modo un libro sotto il loro naso e lo prendono. Magari però è la porta per scoprire il piacere della lettura, è un modo per mettere in connessione differenti punti del mondo, finiscono in altri libri; alle volte si scatena tutto questo, alle volte non si scatena niente, hanno comprato il mio libro e finisce lì. Capita di fare un percorso: a me è successo di comprare un libro perché avevo letto una risposta a una domanda in un’intervista su un rotocalco femminile, ma c’era qualcosa che mi aveva colpito e quando mi è passato il libro sottomano l’ho preso. Non la risolvete come se fosse tutta pubblicità, se facessimo lo spot di noi stessi e ci vendessimo: non è così, è una cosa più intelligente e più complessa. È il fatto che la gente abita in un mondo a rete, a sequenze, a stop. Questo a un livello più alto, più sofisticato, ci può aiutare a capire perché all’interno dei libri di qualità ci sia un pubblico più vasto che va verso alcuni di questi, mentre continua ad esserci un pubblico molto esiguo che va verso altri. Quello che possiamo immaginare è che effettivamente, all’interno dei libri più sofisticati, anche più difficili se vogliamo, di qualità, ce ne sono alcuni che si prestano meglio di altri a entrare in sequenza con altre esperienze di quelli che li leggono. E sono amati per questo, non hanno un rapporto esclusivo con una civiltà, quella letteraria, ma sembrano essere, e forse lo sono (in alcuni casi lo sono sicuramente), in rapporto con una rete di civiltà; la gente trova prezioso questo e va incontro a queste scelte.
le classifiche di vendita offrono spesso spazzatura? No, dice Baricco, ma libri provengono da altre forme di comunicazione
I libri in testa alle classifiche non sono solo spazzatura, ma non si può far finta di non notare che nei primi quindici posti, dieci sono occupati da volumi che iniziano da un punto che è diverso dal libro: l’ha scritto il comico, il cantante, il sindaco, quella è la sceneggiatura…è volgare non tanto perché questo succede, ma perché è un meccanismo molto semplice. Quando io vedo Il nome della Rosa venduto a tonnellate nell’intero pianeta so che il meccanismo è lo stesso, funziona a un livello più elaborato, ma quel libro è in classifica per ragioni molto analoghe.
anche i suoi libri, in fondo, utilizzano lo stesso impulso all’acquisto da parte del lettore, ma non basta andare in televisione per vendere
Motivare il fatto che vado in testa alle classifiche perché i miei libri sono spazzatura, mi sembra un’argomentazione debole, allo stesso modo non occuparsi dei miei libri che vanno in classifica mi sembra una cosa strana, così come occuparsene male, di malavoglia… detto questo c’è da capire: certo che i miei libri vendono perché sono di Alessandro Baricco! Ma io ho scritto anche un primo libro e allora nessuno conosceva il mio nome. Uno compra un libro di un autore poi, se non gli piace, non ne compra un secondo: non basta andare in televisione per vendere libri, non è così meccanico. C’è un’espressione di Valery che amo molto – lui parla di occhio, mano e anima come i tre ingredienti che rientrano nel lavoro dell’artigiano, ma si addice perfettamente anche al lavoro dello scrittore. Credo che le cose vadano bene quando queste tre cose sono una cosa sola: c’è uno strano momento, che può anche essere molto lungo, in cui queste sono un unico gesto e io cerco di non iniziare a scrivere finché non ho ottenuto questo momento magico.
Novecento, un protagonista particolare, un film e uno spettacolo teatrale: pagina, palcoscenico e schermo
Il protagonista arrivando a New York racconta le sue emozioni. Parla ed è uno dei difetti di Novecento: se l’avessi scritto dieci anni dopo, gli avrei fatto dire molto meno. Allora volevo mettere in un personaggio questo pensiero che hanno molti, la sensazione che in fondo, forse, vivere è un gesto difficile che è possibile fare solo se ci sono dei contorni, ma si è contenti solo se si apre per noi un mare di possibilità. Novecento è una storia che forse racconta questo: quanto è difficile per gli umani stare in bilico tra limite e infinito, fra desideri e possibilità reali.
Quando chi crea immagini è di talento aggiunge qualcosa e toglie anche molto: ma se funziona, anche per te che l’hai scritto, l’immagine ha la sua importanza.
Di Novecento abbiamo fatto due spettacoli: uno con Eugenio Allegri che aveva allora 35 anni e uno con Arnoldo Foà che ne aveva 86. Erano due storie molto differenti: con Allegri fino ad un certo punto si rideva moltissimo e poi si piangeva, in quello di Foà ridevi molto, ma solo “dentro”. In questo spettacolo c’era questo vecchio che raccontava ed era molto intenso e vero, mentre se uno di 35 anni racconta tutta una vita, è proprio un artificio teatrale.
In teatro ci sono alcuni pezzi che hai scritto che improvvisamente si moltiplicano, si complicano; c’è tutto, ma le potenzialità espresse sono veramente tante e questo è uno dei piaceri nel vedere le tue cose che si articolano in molti posti.
diversi stili, diverse forme di comunicazione: uno scrittore che continuamente sperimenta
Quando finisco di scrivere un libro, mi cresce la voglia di scrivere una cosa diversa. Il caso eclatante è l’aver scritto City dopo Seta: raggiungi il successo con un libro come Seta e dopo mi è venuta voglia di scrivere un libro compressissimo, contemporaneo, praticamente illeggibile…perché in quel momento mi attraeva l’idea della complicazione invece della semplicità, la non linearità della narrazione, il libro grosso rispetto al libro piccolo, la contemporaneità rispetto a quel mondo ottocentesco… già quando scrivevo Seta non ne potevo più di Seta! Non c’è una poetica particolare: semplicemente non riesco a scrivere un libro se non ha dentro una sfida che mi piace davvero, che mi dà energia e spesso il fare una cosa differente da quella che fatta prima può farlo.
la Scuola Holden, l’esperienza di docente e il “peso” del successo
La mia in realtà non è una scuola di scrittura, ma una scuola di narrazione e agli allievi insegniamo a narrare, poi loro da lì possono diventare scrittori, giornalisti, sceneggiatori, pubblicitari… Ciò che hanno in comune tutti questi mestieri è la matrice della narrazione. Io poi, di volta in volta, non riesco a insegnare sempre la stessa cosa, ma mi scelgo una materia diversa ogni anno, ma cerco sempre di insegnare il rispetto per quel gesto, per il narrare: che lo prendano sul serio, si divertano, ma che abbiano anche un particolare modo di stare al mondo, dandogli a volte le spalle e sono molto contento quando vedo che alcuni allievi sanno stare “dentro” al mestiere che hanno scelto di fare. Sono convinto di non essere influenzato minimamente dalla pressione del mercato quando scrivo. Se si ha un talento, il gesto che è legato a questo talento, che sta al fondo dell’azione, è comunque autistico. Il cuore di quest’esperienza è in un certo senso un tratto malato: c’è una forza obiettiva di questo gesto che ti porta via dal potere d’influenza di tutto il mondo, i critici, i modelli… è un momento che obiettivamente ti risucchia via. È pur vero che poi ti chiedi se piacerà, ma solo dopo.
L'incontro con Alessandro Baricco, introdotto da Stefano Salis, si è tenuto a Festivaletteratura di Mantova.
Grazia Casagrande
2 novembre 2006
Baricco in diretta su Repubblica TV
Alessandro Baricco in diretta su La Repubblica TV parla dei suoi Barbari, la cui raccolta sarà in edicola con Repubblica a partire dal 21 novembre.
Scarica l'audio (MP3)
Scarica il video
Scarica l'audio (MP3)
Scarica il video
11 settembre 2006
Video: Ab al Festivaletteratura di Mantova 2006

Alessandro Baricco autore di successi da Castelli di rabbia a Omero, Iliade, da Seta a Questa Storia racconta la sua carriera dove tra lettura e scrittura, trovano spazio anche la musica, la filosofia e l'arte.
Guarda il video
Special thanks to O.P. & Laura Sthlm per la segnalazione ;-)
05 settembre 2006
Stanca di guerra - in scena Lella Costa
Lella Costa porta nuovamente in scena alla Festa dell'Unità di MIlano "Stanca di Guerra", spettacolo scritto di Lella Costa, Alessandro Baricco, Massimo Cirri, Sergio Ferrentino, Piergiorgio Paterlini, Bruno Agostini.
E' un monologo splendido, che oscilla fra l'umorismo e la commozione. Da non perdere assolutamente:
giovedì 14 settembre
Festa dell'Unità, Milano
Fermata MM1 Lampugnano
ore 21:30 ingresso gratuito
E io che faccia faccio? Che faccia si può fare o forse che faccia si deve fare quando si prova ad affrontare un argomento così grande e terribile come la guerra? Che poi non si sa neanche bene dove, come, quando, perché sia cominciata. No, non è vero, in realtà questo un po’ si sa. Anzi, forse all’inizio è stata anche una faccenda relativamente semplice, una roba tipo: "Tu hai la caverna più calda, la donna più pelosa, la ruota più rotonda. Io ho la clava più grossa".
E felicemente ignara della simbologia: "Te la spacco sulla testa, così mi prendo quello che mi piace". Rozzo, ma mica poi tanto. Forse il significato vero, l’essenza della guerra sta proprio tutto qui, visto che alcuni millenni dopo un teorico della guerra, un signore che si chiamava von Clausewitz – nella sua vita si è occupato solo e soltanto di guerra, ha scritto un unico libro intitolato Della guerra, un maniaco –, ha definito la guerra "un atto di violenza attraverso il quale costringiamo il nemico a fare la nostra volontà"; quindi colpi di armi sempre più precise, letali, raffinate.
-La guerra è una cosa troppo seria per lasciarla ai militari-
Oh, non è mica una barzelletta e neanche una battutazza che mi sono inventata io: è una frase di Talleyrand.
Fare il militare è un obbligo; la naja, un'esperienza se va bene inutile, se va male devastante; i militari di carriera, un mondo a parte, incomprensibile, con forti sospetti di inutilità.
Il contrario di militare è il civile, ma anche il borghese. Questo deve avergli complicato terribilmente la vita. Non capiscono che società civile e società borghese non coincidono (anni fa, nel corso di grandi manifestazioni di piazza furono immediatamente identificati degli infiltrati dell'esercito che gridavano "Lo stato civile si abbatte e non si cambia", seminando il panico tra gli impiegati dell'anagrafe), ma questa confusione non basta a spiegare, e tantomeno a giustificare, il vero scandalo, la vera atrocità della guerra contemporanea: le vittime civili. Le donne i vecchi i bambini. Le persone, insomma.
Intendiamoci, non è una novità che a lasciarci le penne siano i civili. La guerra antica, la Madre di tutte le guerre, è fatta di saccheggi e stupri e stragi degli innocenti. Però era prima. Prima che l'occidente si presentasse come paladino della civiltà, protettore dei deboli, portatore di benessere, alfiere di giustizia.
Solo che poi vai a leggere i bollettini stilati, metti, da un premio Nobel, e scopri che nella prima Guerra mondiale i morti furono per il 5% civili, per il 95% militari. Insomma si poteva ancora sostenere che i civili erano morti incidentalmente.
Nella seconda, 48% civili e 52% militari - non si poteva più sostenere che i civili fossero morti incidentalmente.
Nelle guerre contemporanee (una a caso, della quale scopriamo l'esistenza giusto perché un calciatore famoso deve andarci a giocare, e vorremo mica correre dei rischi seri), il 10% sono militari, il 90% civili.
Si può ormai sostenere che sono i militari quelli che muoiono incidentalmente...
Come dire... Prima le donne e i bambini...
Chissà che facci fanno quando salgono sui loro aerei con le loro belle divise e vanno a fare dei giri sopra un pezzo di mondo e cominciano a sganciare degli strani fiori metallici, anche belli in un certo senso, che dopo qualche centinaio di metri si aprono, e ne escono tanti oggetti più piccoli, graziosi manufatti che assomigliano in modo ammirevole a delle pietre, dei ciottoli di fiume - ah! La natura, quanti insegnamenti... - e più in alto voli e più ampio è il raggio in cui si depositeranno, e più sarà facile smemorarsene, e neanche tanto colpevole, in fondo, sono andati, si pianteranno nel terreno, perfettamente mimetizzati, innocui, quasi amichevoli; e altri addirittura hanno forma di giocattolo, perché così succederà sicuramente che un bambino lo noterà, lo raccoglierà, lo guarderà per quanti secondi, tre, quattro, dieci.
Gli ultimi secondi della sua vita.
O forse no, saranno l'inizio di un'altra vita, di un surrogato di vita, di una vita scaduta, avariata, una vita senza gli occhi, senza le gambe, senza le mani.
E se va bene incontrerà un chirurgo che viene dall'altro mondo, che forse per espiare le colpe di quel suo mondo ha deciso di andare in giro a ricucire pezzo di bambini... Ma una volta ci ha portato la sua, di bambina, in un ospedale senza l'acqua e senza la luce elettrica, e per spiegarle l'ha portata a vedere, e lei ha capito.
Ha guardato e ha capito.
Per sempre.
Ha capito che la guerra è troppo grande e furba per riuscire a sconfiggerla, ma che questo, almeno questo, deve finire. Che le mine antiuomo sono il più ignobile strumento di morte, il più vigliacco genocidio della storia del mondo - il nostro mondo, quello che Hernan Cortez, avventuriero e giocatore, si è vinto a bocce cinquecento anni fa. Quel mondo che semina dieci milioni di mine antiuomo - dieci milioni di mine antiuomo - sulla terra di tre milioni di esseri umani - curdi.
Fa tre bombe a testa virgola qualcosa, periodico.
Quel mondo che non condanna nessuno... Chi la mina la progetta, chi la produce, chi la vende, chi la compra chi la sganci. E io voglio sapere una cosa sola: voglio sapere come fanno a dormire.
Come fanno a dormire?
Mi dicano come fanno... Avranno anche loro una sera, un tramonto, uno straccio di ora violetta che gli rovini l'aperitivo. Toccherà anche a loro, la notte, gli cederanno le palpebre, per quanta adrenalina riescano a produrre, nonostante tutta la cocaina con la quale vengano pagati. Ci sarà anche per loro il momento di dormire... E allora io voglio sapere, se Macbeth con Montezuma avesse perso... Se Macbeth ha ucciso il sonno: allora io voglio capire come fanno, loro a dormire, come hanno fatto a vendersi anche i sogni, a spegnere ogni memoria, come fanno a non sentire in ogni attimo della loro esistenza la voce di Ecuba che piange - lei che può almeno piangere.
- Deponete per terra lo scudo rotondo di Ettore...
Ma voi, Achei, il cui vanto sono più le armi che il cervello,
perché vi siete macchiati di un delitto tanto mostruoso?
Avete avuto paura di un bambino?
- Dove sono finiti, bambino i tuoi riccioli che tante volte ti ravvivavo,
e le mani, forti , come quelle di Ettore,
adesso siete qui, davanti a me, inerti, infrante...
E, cara, piccola bocca che facevi grandi promesse:
- nonna, mi taglierò i capelli per te e condurrò una schiera di ragazzi,
tutti i miei amici, quando morirai, a salutarti...
Ma tu mentivi, bambino, non sei tu a seppellire me,
sono io, povera vecchia che non ha più patria, né figli
a seppellire il mio bambino...-
(cadono i vestiti)
E' un monologo splendido, che oscilla fra l'umorismo e la commozione. Da non perdere assolutamente:
giovedì 14 settembre
Festa dell'Unità, Milano
Fermata MM1 Lampugnano
ore 21:30 ingresso gratuito
E io che faccia faccio? Che faccia si può fare o forse che faccia si deve fare quando si prova ad affrontare un argomento così grande e terribile come la guerra? Che poi non si sa neanche bene dove, come, quando, perché sia cominciata. No, non è vero, in realtà questo un po’ si sa. Anzi, forse all’inizio è stata anche una faccenda relativamente semplice, una roba tipo: "Tu hai la caverna più calda, la donna più pelosa, la ruota più rotonda. Io ho la clava più grossa".
E felicemente ignara della simbologia: "Te la spacco sulla testa, così mi prendo quello che mi piace". Rozzo, ma mica poi tanto. Forse il significato vero, l’essenza della guerra sta proprio tutto qui, visto che alcuni millenni dopo un teorico della guerra, un signore che si chiamava von Clausewitz – nella sua vita si è occupato solo e soltanto di guerra, ha scritto un unico libro intitolato Della guerra, un maniaco –, ha definito la guerra "un atto di violenza attraverso il quale costringiamo il nemico a fare la nostra volontà"; quindi colpi di armi sempre più precise, letali, raffinate.
-La guerra è una cosa troppo seria per lasciarla ai militari-
Oh, non è mica una barzelletta e neanche una battutazza che mi sono inventata io: è una frase di Talleyrand.
Fare il militare è un obbligo; la naja, un'esperienza se va bene inutile, se va male devastante; i militari di carriera, un mondo a parte, incomprensibile, con forti sospetti di inutilità.
Il contrario di militare è il civile, ma anche il borghese. Questo deve avergli complicato terribilmente la vita. Non capiscono che società civile e società borghese non coincidono (anni fa, nel corso di grandi manifestazioni di piazza furono immediatamente identificati degli infiltrati dell'esercito che gridavano "Lo stato civile si abbatte e non si cambia", seminando il panico tra gli impiegati dell'anagrafe), ma questa confusione non basta a spiegare, e tantomeno a giustificare, il vero scandalo, la vera atrocità della guerra contemporanea: le vittime civili. Le donne i vecchi i bambini. Le persone, insomma.
Intendiamoci, non è una novità che a lasciarci le penne siano i civili. La guerra antica, la Madre di tutte le guerre, è fatta di saccheggi e stupri e stragi degli innocenti. Però era prima. Prima che l'occidente si presentasse come paladino della civiltà, protettore dei deboli, portatore di benessere, alfiere di giustizia.
Solo che poi vai a leggere i bollettini stilati, metti, da un premio Nobel, e scopri che nella prima Guerra mondiale i morti furono per il 5% civili, per il 95% militari. Insomma si poteva ancora sostenere che i civili erano morti incidentalmente.
Nella seconda, 48% civili e 52% militari - non si poteva più sostenere che i civili fossero morti incidentalmente.
Nelle guerre contemporanee (una a caso, della quale scopriamo l'esistenza giusto perché un calciatore famoso deve andarci a giocare, e vorremo mica correre dei rischi seri), il 10% sono militari, il 90% civili.
Si può ormai sostenere che sono i militari quelli che muoiono incidentalmente...
Come dire... Prima le donne e i bambini...
Chissà che facci fanno quando salgono sui loro aerei con le loro belle divise e vanno a fare dei giri sopra un pezzo di mondo e cominciano a sganciare degli strani fiori metallici, anche belli in un certo senso, che dopo qualche centinaio di metri si aprono, e ne escono tanti oggetti più piccoli, graziosi manufatti che assomigliano in modo ammirevole a delle pietre, dei ciottoli di fiume - ah! La natura, quanti insegnamenti... - e più in alto voli e più ampio è il raggio in cui si depositeranno, e più sarà facile smemorarsene, e neanche tanto colpevole, in fondo, sono andati, si pianteranno nel terreno, perfettamente mimetizzati, innocui, quasi amichevoli; e altri addirittura hanno forma di giocattolo, perché così succederà sicuramente che un bambino lo noterà, lo raccoglierà, lo guarderà per quanti secondi, tre, quattro, dieci.
Gli ultimi secondi della sua vita.
O forse no, saranno l'inizio di un'altra vita, di un surrogato di vita, di una vita scaduta, avariata, una vita senza gli occhi, senza le gambe, senza le mani.
E se va bene incontrerà un chirurgo che viene dall'altro mondo, che forse per espiare le colpe di quel suo mondo ha deciso di andare in giro a ricucire pezzo di bambini... Ma una volta ci ha portato la sua, di bambina, in un ospedale senza l'acqua e senza la luce elettrica, e per spiegarle l'ha portata a vedere, e lei ha capito.
Ha guardato e ha capito.
Per sempre.
Ha capito che la guerra è troppo grande e furba per riuscire a sconfiggerla, ma che questo, almeno questo, deve finire. Che le mine antiuomo sono il più ignobile strumento di morte, il più vigliacco genocidio della storia del mondo - il nostro mondo, quello che Hernan Cortez, avventuriero e giocatore, si è vinto a bocce cinquecento anni fa. Quel mondo che semina dieci milioni di mine antiuomo - dieci milioni di mine antiuomo - sulla terra di tre milioni di esseri umani - curdi.
Fa tre bombe a testa virgola qualcosa, periodico.
Quel mondo che non condanna nessuno... Chi la mina la progetta, chi la produce, chi la vende, chi la compra chi la sganci. E io voglio sapere una cosa sola: voglio sapere come fanno a dormire.
Come fanno a dormire?
Mi dicano come fanno... Avranno anche loro una sera, un tramonto, uno straccio di ora violetta che gli rovini l'aperitivo. Toccherà anche a loro, la notte, gli cederanno le palpebre, per quanta adrenalina riescano a produrre, nonostante tutta la cocaina con la quale vengano pagati. Ci sarà anche per loro il momento di dormire... E allora io voglio sapere, se Macbeth con Montezuma avesse perso... Se Macbeth ha ucciso il sonno: allora io voglio capire come fanno, loro a dormire, come hanno fatto a vendersi anche i sogni, a spegnere ogni memoria, come fanno a non sentire in ogni attimo della loro esistenza la voce di Ecuba che piange - lei che può almeno piangere.
- Deponete per terra lo scudo rotondo di Ettore...
Ma voi, Achei, il cui vanto sono più le armi che il cervello,
perché vi siete macchiati di un delitto tanto mostruoso?
Avete avuto paura di un bambino?
- Dove sono finiti, bambino i tuoi riccioli che tante volte ti ravvivavo,
e le mani, forti , come quelle di Ettore,
adesso siete qui, davanti a me, inerti, infrante...
E, cara, piccola bocca che facevi grandi promesse:
- nonna, mi taglierò i capelli per te e condurrò una schiera di ragazzi,
tutti i miei amici, quando morirai, a salutarti...
Ma tu mentivi, bambino, non sei tu a seppellire me,
sono io, povera vecchia che non ha più patria, né figli
a seppellire il mio bambino...-
(cadono i vestiti)
30x60 - Il magazine della Scuola Holden

30 righe per 60 battutte. Insomma, una cartella. E di cartelle scritte dai nostri lettori, da chi frequenta il sito, dai masteristi e, in genere, da chi bazzica il mondo della Scuola, è fatto questo magazine on line. Che è aperto tutti.
Una vera e propria redazione libera e aperta a tutti, che si incontra ogni 15 giorni, al martedì, dalle 17,30 alle 19,30 alla Scuola Holden.
Troppo lontano?
Beh, la redazione è anche on line. I caporedattori sono Mario Capello e Gianluca Pallaro, il numero di telefono 011 675437.
Inviate il vostro testo o i vostri suggerimenti a 30x60@scuolaholden.it e fatelo in tempo per la riunione di redazione. Perché lì discutiamo sui pezzi da inserire, raccogliamo suggerimenti e ascoltiamo ogni volta storie nuove. Purchè siano lunghe 30 righe per 60 battute.
http://www.scuolaholden.it/magazine/default.aspx
Milano - Oceano Mare a teatro
La Compagnia Teatri Possibili porta in scena al Teatro Libero di Milano (via Savona) dal 26.09.2006 al 16.10.2006 lo spettacolo Locanda Almayer, la bellissima trasposizione teatrale di Oceano mare, con progetto e regia di Gianlorenzo Brambilla.

Credo sia la terza stagione in cui viene riproposto questo spettacolo, e avendolo già visto non posso che consigliarlo molto caldamente. Sono sempre molto scettica quando si tratta di trasferire i libri di Baricco "all'esterno", che si tratti del cinema o del teatro, ma in questo caso non solo non è andato perduto nulla della magia del testo, ma anzi il regista e gli attori sono riusciti ad esaltarne la poesia.
Vi assicuro che vi innamorerete dei 4 bambini della Locanda, come vi siete innamorati di quelli sulla carta, e che non dimenticherete mai più Savigny né l'attore - eccezionale - che porta in scena il secondo libro, quello del naufragio.
"La prima cosa è il mio nome, la seconda quegli occhi, la terza un pensiero, la quarta la notte che viene... "
Io spero di riuscire ad andarci :-)
Per informazioni e biglietteria:
Teatro Libero
via Savona, 10 - Milano
tel.02.8323182
milano@teatripossibili.it
Orari:
dal lunedì al venerdì
11-14 e 15-20
sabato 10.30-13.30

Credo sia la terza stagione in cui viene riproposto questo spettacolo, e avendolo già visto non posso che consigliarlo molto caldamente. Sono sempre molto scettica quando si tratta di trasferire i libri di Baricco "all'esterno", che si tratti del cinema o del teatro, ma in questo caso non solo non è andato perduto nulla della magia del testo, ma anzi il regista e gli attori sono riusciti ad esaltarne la poesia.
Vi assicuro che vi innamorerete dei 4 bambini della Locanda, come vi siete innamorati di quelli sulla carta, e che non dimenticherete mai più Savigny né l'attore - eccezionale - che porta in scena il secondo libro, quello del naufragio.
"La prima cosa è il mio nome, la seconda quegli occhi, la terza un pensiero, la quarta la notte che viene... "
Io spero di riuscire ad andarci :-)
Per informazioni e biglietteria:
Teatro Libero
via Savona, 10 - Milano
tel.02.8323182
milano@teatripossibili.it
Orari:
dal lunedì al venerdì
11-14 e 15-20
sabato 10.30-13.30
Rai News 24 - Videoincontro con Baricco
Alessandro Baricco: da una storia all'altra
Incontro con il pubblico, Roma, 20006
Ha un pubblico di fans e di fedelissimi che sa incantare, proprio come faceva con il pubblico televisivo: attraverso l’abilità di raccontare, con la voce e la gestualità, con l’uso della stessa sapienza tecnica e dell’attenzione ai dettagli che applica ad ogni suo lavoro.
L’incontro che abbiamo registrato e che proponiamo è quello in cui, a dicembre 2005, presentò alla Fiera della piccola e media editoria di Roma il suo ultimo romanzo, “Questa storia”, incentrato sul mito delle corse automobilistiche, all’inizio del secolo scorso.
In realtà la presentazione del libro veniva affidata a un video suggestivo prodotto dalla Fandango libri, l’ennesima ricerca di forme nuove di promozione e diffusione del libro. Il resto dell’incontro col pubblico era servito a illustrare i motivi della scelta del passaggio da una grande casa editrice, la Rcs, a una molto più piccola, la Fandango, nuovo ramo letterario di una forte casa di produzione cinematografica.
Quattro mesi dopo, Alessandro Baricco, a partire dalle punture di spillo di alcuni critici letterari, ha sfidato apertamente gli usi e i costumi della critica, aprendo sulle pagine di Repubblica un dibattito sul rapporto tra libri e informazione.
A modo suo, cominciando con “Questo è un articolo che non dovrei scrivere. Lo so. Me lo dico da me. E lo scrivo.” Tecnica sicura, collaudata, ad effetto, adatta a suscitare reazioni, a creare risposte, ad allargare i cerchi dell’acqua stagnante. Fino alle prossime trovate.
Luciano Minerva
Incontro con il pubblico, Roma, 20006
Ha un pubblico di fans e di fedelissimi che sa incantare, proprio come faceva con il pubblico televisivo: attraverso l’abilità di raccontare, con la voce e la gestualità, con l’uso della stessa sapienza tecnica e dell’attenzione ai dettagli che applica ad ogni suo lavoro.
L’incontro che abbiamo registrato e che proponiamo è quello in cui, a dicembre 2005, presentò alla Fiera della piccola e media editoria di Roma il suo ultimo romanzo, “Questa storia”, incentrato sul mito delle corse automobilistiche, all’inizio del secolo scorso.
In realtà la presentazione del libro veniva affidata a un video suggestivo prodotto dalla Fandango libri, l’ennesima ricerca di forme nuove di promozione e diffusione del libro. Il resto dell’incontro col pubblico era servito a illustrare i motivi della scelta del passaggio da una grande casa editrice, la Rcs, a una molto più piccola, la Fandango, nuovo ramo letterario di una forte casa di produzione cinematografica.
Quattro mesi dopo, Alessandro Baricco, a partire dalle punture di spillo di alcuni critici letterari, ha sfidato apertamente gli usi e i costumi della critica, aprendo sulle pagine di Repubblica un dibattito sul rapporto tra libri e informazione.
A modo suo, cominciando con “Questo è un articolo che non dovrei scrivere. Lo so. Me lo dico da me. E lo scrivo.” Tecnica sicura, collaudata, ad effetto, adatta a suscitare reazioni, a creare risposte, ad allargare i cerchi dell’acqua stagnante. Fino alle prossime trovate.
Luciano Minerva
17 agosto 2006
Baricco al Festivaletteratura di Mantova
Venerdì 8 Settembre Alessandro Baricco sarà presente alla decima edizione del Festivaletteratura di Mantova
Appuntamento alle ore 18:30 in Piazza Castello (ingresso: 4 euro)
L’autore di tanti successi (da Oceano mare a Omero, Iliade fino al recente Questa storia) ritorna, a grande richiesta, sul palcoscenico di Festivaletteratura, incontrando i suoi tanti lettori, ripercorrendo una carriera dove lettura e scrittura si coniugano via via con la musica, l’arte, la storia, la filosofia e anche l’automobilismo.
Per informazioni, prenotazione ed acquisto biglietti
Programma integrale di Festivaletteratura 2006
Appuntamento alle ore 18:30 in Piazza Castello (ingresso: 4 euro)
L’autore di tanti successi (da Oceano mare a Omero, Iliade fino al recente Questa storia) ritorna, a grande richiesta, sul palcoscenico di Festivaletteratura, incontrando i suoi tanti lettori, ripercorrendo una carriera dove lettura e scrittura si coniugano via via con la musica, l’arte, la storia, la filosofia e anche l’automobilismo.
Per informazioni, prenotazione ed acquisto biglietti
Programma integrale di Festivaletteratura 2006
24 luglio 2006
AB e la nazionale Italiana Scrittori
Telecom Progetto Italia presenta
SCRITTORI SUL CAMPO DEI CAMPIONI DEL MONDO
II edizione della WRITERS’ LEAGUE"
Quadrangolare di calcio per scrittori a COVERCIANO dal 14 al 17 settembre 2006 Italia, Inghilterra, Svezia e Ungheria si contenderanno la Coppa sul campo di Coverciano e nelle librerie di Firenze.
Milano, 20 luglio 2006 – Scrittori di quattro diverse nazioni si sfideranno sul campo d’allenamento dei campioni del mondo, a Coverciano, per conquistare il trofeo che Progetto Italia di Telecom mette in palio per la seconda edizione della Writers League, quadrangolare di calcio per scrittori.
Dal 14 al 17 settembre le nazionali scrittori di Inghilterra, Italia, Svezia e Ungheria incroceranno penne e scarpini in quattro giorni di competizioni e confronti culturali nel contesto di uno dei templi del calcio italiano, il campo di gioco di Coverciano che ha visto allenarsi la Nazionale di Calcio Italiana Campione di Germania 2006. Ad arbitrare gli incontri, direttori di gara di serie A.
Hanno presentato l’iniziativa a Milano, il capitano della nazionale italiana scrittori Alessandro Baricco, Andrea Kerbaker, Amministratore Delegato Progetto Italia, Alessandro Perissinotto, Scrittore e Terzino destro Nazionale Italiana Scrittori, Simone Siliani, Assessore alla Cultura del Comune di Firenze, Paolo Verri, Presidente Osvaldo Soriano Football Club e Péter Zilahy, Scrittore e Capitano Nazionale Ungherese Scrittori.
La Writers’ League, che lo scorso anno a San Casciano dei Bagni aveva riunito più di 80 scrittori provenienti da diverse nazioni, rappresenta anche un’occasione di scambio culturale, di incontro e confronto tra le realtà letterarie dei Paesi coinvolti nel torneo.
Anche quest’anno dai campi di calcio la manifestazione si allargherà alle piazze e ai teatri della vicina Firenze (Biblioteca di Sant’Egidio, Teatro La Pergola, Forte Belvedere, Borgo Allegri) con un fitto calendario di iniziative legate ai libri e al calcio: dibattiti, incontri, una rassegna cinematografica in tema “Il Football Film Festival” e per finire “La Lunga Notte della Letteratura”, una no-stop in notturna durante la quale gli scrittori si confronteranno sui modi diversi di fare letteratura.
“Agonismo ed Antagonismo” nel calcio e nella vita, sarà il tema attorno al quale ruoteranno partite e dibattiti. In particolare si prospetta accesa la serata finale Scrittori VS Resto del mondo: il ritorno dell’Invettiva, un incontro in forma di reading, condotto da Marino Sinibaldi, durante il quale gli scrittori esprimeranno pareri sferzanti e ironici sul nostro contemporaneo per un confronto aperto e ricco di diversità.
Il programma culturale che affiancherà quello sportivo prevede anche le lezioni di grandi maestri della letteratura. Nello spirito di scambio di idee e di culture è stato chiesto alle squadre presenti al torneo di portare in ritiro a Coverciano uno dei grandi nomi della letteratura del loro paese. È confermata la presenza di Edoardo Sanguineti per l’Italia e Bjön Larsson per la Svezia.
Numerose altre iniziative saranno realizzate in concomitanza con la Writers’ League in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Firenze: presentazioni di libri, dibattiti, ed una mostra mercato di libri con un occhio privilegiato al calcio e allo sport in generale.
La Nazionale Italiana Scrittori che in onore del grande scrittore argentino autore di libri imperdibili per chi ama il calcio, si è data il nome di Osvaldo Soriano Football Club, è capitanata da Alessandro Baricco e annovera tra le sue fila scrittori affermati e giovani talenti della letteratura riuniti dalla medesima passione calcistica: Marco Bosonetto, Cristiano Cavina, Carlo D’Amicis, Davide Enia, Alessandro Fabbri, Gian Luca Favetto, Carlo Grande, Davide Longo, Claudio Menni, Marco Mathieu, Alessandro Perissinotto, Davide Pinardi, Enrico Remmert, Stefano Sardo, Giampaolo Simi, Maurizio Ternavasio, Paolo Verri.
La squadra ha disputato la sua prima partita ufficiale nel 2002, e da allora ha sfidato editori, “calciattori”, magistrati, vecchie glorie del calcio, giornalisti e detenuti.
La squadra è allenata da Paolo Sollier ex difensore del Perugia ed autore negli anni ’70 del libro Calci, sputi e colpi di testa.
SCRITTORI SUL CAMPO DEI CAMPIONI DEL MONDO
II edizione della WRITERS’ LEAGUE"
Quadrangolare di calcio per scrittori a COVERCIANO dal 14 al 17 settembre 2006 Italia, Inghilterra, Svezia e Ungheria si contenderanno la Coppa sul campo di Coverciano e nelle librerie di Firenze.
Milano, 20 luglio 2006 – Scrittori di quattro diverse nazioni si sfideranno sul campo d’allenamento dei campioni del mondo, a Coverciano, per conquistare il trofeo che Progetto Italia di Telecom mette in palio per la seconda edizione della Writers League, quadrangolare di calcio per scrittori.
Dal 14 al 17 settembre le nazionali scrittori di Inghilterra, Italia, Svezia e Ungheria incroceranno penne e scarpini in quattro giorni di competizioni e confronti culturali nel contesto di uno dei templi del calcio italiano, il campo di gioco di Coverciano che ha visto allenarsi la Nazionale di Calcio Italiana Campione di Germania 2006. Ad arbitrare gli incontri, direttori di gara di serie A.
Hanno presentato l’iniziativa a Milano, il capitano della nazionale italiana scrittori Alessandro Baricco, Andrea Kerbaker, Amministratore Delegato Progetto Italia, Alessandro Perissinotto, Scrittore e Terzino destro Nazionale Italiana Scrittori, Simone Siliani, Assessore alla Cultura del Comune di Firenze, Paolo Verri, Presidente Osvaldo Soriano Football Club e Péter Zilahy, Scrittore e Capitano Nazionale Ungherese Scrittori.
La Writers’ League, che lo scorso anno a San Casciano dei Bagni aveva riunito più di 80 scrittori provenienti da diverse nazioni, rappresenta anche un’occasione di scambio culturale, di incontro e confronto tra le realtà letterarie dei Paesi coinvolti nel torneo.
Anche quest’anno dai campi di calcio la manifestazione si allargherà alle piazze e ai teatri della vicina Firenze (Biblioteca di Sant’Egidio, Teatro La Pergola, Forte Belvedere, Borgo Allegri) con un fitto calendario di iniziative legate ai libri e al calcio: dibattiti, incontri, una rassegna cinematografica in tema “Il Football Film Festival” e per finire “La Lunga Notte della Letteratura”, una no-stop in notturna durante la quale gli scrittori si confronteranno sui modi diversi di fare letteratura.
“Agonismo ed Antagonismo” nel calcio e nella vita, sarà il tema attorno al quale ruoteranno partite e dibattiti. In particolare si prospetta accesa la serata finale Scrittori VS Resto del mondo: il ritorno dell’Invettiva, un incontro in forma di reading, condotto da Marino Sinibaldi, durante il quale gli scrittori esprimeranno pareri sferzanti e ironici sul nostro contemporaneo per un confronto aperto e ricco di diversità.
Il programma culturale che affiancherà quello sportivo prevede anche le lezioni di grandi maestri della letteratura. Nello spirito di scambio di idee e di culture è stato chiesto alle squadre presenti al torneo di portare in ritiro a Coverciano uno dei grandi nomi della letteratura del loro paese. È confermata la presenza di Edoardo Sanguineti per l’Italia e Bjön Larsson per la Svezia.
Numerose altre iniziative saranno realizzate in concomitanza con la Writers’ League in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Firenze: presentazioni di libri, dibattiti, ed una mostra mercato di libri con un occhio privilegiato al calcio e allo sport in generale.
La Nazionale Italiana Scrittori che in onore del grande scrittore argentino autore di libri imperdibili per chi ama il calcio, si è data il nome di Osvaldo Soriano Football Club, è capitanata da Alessandro Baricco e annovera tra le sue fila scrittori affermati e giovani talenti della letteratura riuniti dalla medesima passione calcistica: Marco Bosonetto, Cristiano Cavina, Carlo D’Amicis, Davide Enia, Alessandro Fabbri, Gian Luca Favetto, Carlo Grande, Davide Longo, Claudio Menni, Marco Mathieu, Alessandro Perissinotto, Davide Pinardi, Enrico Remmert, Stefano Sardo, Giampaolo Simi, Maurizio Ternavasio, Paolo Verri.
La squadra ha disputato la sua prima partita ufficiale nel 2002, e da allora ha sfidato editori, “calciattori”, magistrati, vecchie glorie del calcio, giornalisti e detenuti.
La squadra è allenata da Paolo Sollier ex difensore del Perugia ed autore negli anni ’70 del libro Calci, sputi e colpi di testa.
Iscriviti a:
Post (Atom)






